Migliaia di persone in corteo con fiori e fasce bianche in segno di lutto, una fiumana di gente oggi pomeriggio si riversa per le strade di Roma. Sgomento, sdegno, senso di insicurezza crescente, caccia ai killer… Dopo il primo momento in cui si resta attoniti per l’uccisione di un giovane commerciante cinese e della sua bambina di 9 mesi che portava in braccio, le parole scorrono a fiumi, non sempre e non tutte appropriate. Alcune mettono in luce il senso di solidarietà – negozi degli italiani che abbassano le saracinesche ecc. – altre con sottile ironia si ritorcono contro le comunità cinesi presenti in Italia, altre già mirano  a bollare tutti i magrebini come assassini, altre ancora polemizzano col governo cinese che chiede chiarezza e giustizia…

Troppe parole. Lia, mamma della piccola Joy e moglie di Zhou Zhen, tace. Non ha parole, nemmeno per il presidente Napolitano che va a trovarla in ospedale. E il suo silenzio è più sonoro di mille discorsi. È un urlo: “perchè”?

Davanti al suo silenzio provo a chiedermi cosa significano per me le parole “solidarietà”, “sicurezza”…  E in che misura agisco in prima persona perché diminuisca la criminalità? Non basta sentirmi a posto e starmene tranquilla a farmi gli affari miei perché “fuori” le cose vadano meglio. Di fronte a questo fatto leggo e ascolto un eccesso di parole, ma manca “la parola”, quella che emerge sopra la differenza di razza, di cultura, di religione e ci fa sentire tutti, uomini e donne di ogni latitudine, consanguinei, parte di una sola famiglia. Devo ammetterlo: non ho sempre questo sguardo per il marocchino al semaforo, la rom che aspetta alla porta del supermercato, il cinese del negozio sempre aperto dove trovo quello che ho dimenticato di comprare…

Stasera torno a casa ripetendomi `- ma che non resti solo sulle pagine del libro! – una profonda verità affermata da Edmond Jabès: “Lo straniero ti permette di essere te stesso, facendo di te uno straniero (…) La distanza che ci separa dallo straniero è quella stessa che ci separa da noi.”