Sarà una questione generazionale – appartengo infatti alla generazione del ’68 – ma veder uscire sui media di nuovo la definizione “primavera di…” mi ha ferito, come fosse un abuso. A me infatti la parola “primavera” riferita a una situazione socio-politica evoca solo una cosa: la primavera di Praga del ’68 appunto. E vedo un volto, emblema della fine di quella stagione: Jan Palach, che con un gesto estremo volle protestare contra la mancanza di libertà nel suo paese. Quella primavera era pacifica, significava un nuovo corso, la certezza, pur molto lontana, che qualcosa si stava muovendo nell’immobilismo di un sistema totalitario, grazie all’iniziativa di Dubcek. E quando il sogno fu frantumato dai carri armati sovietici, i giovani si riversarono nelle piazze. Era ben altra allora la posta in gioco!

Oggi viviamo altri tempi, almeno qui in Europa: non certo più facili, ma che esigono nuovi approcci. Da parte di tutti: politici (di qualunque tendenza, siano al governó o all’opposizone), sindacalisti (di qualunque colore), giornalisti (con la passione dell’informazione e non dello scoop), gente comune (di qualunque idea). Credo – perchè lo vedo nel mio quotidiano – che dobbiamo cambiare tutti il chip, renderci conto che è indispensabile cambiare mentalità. Ritengo urgente e imprescindibile abbandonare la strada dello scontro a tutti i costi per avviarci su quella del dialogo, dove in politica chi sta all’opposizione non ci sta per denigrare e attaccare l’avversario, ma ad esempio per proporre migliorie  e ulteriori prospettive alle riforme e dove nella vita quotidiana non vediamo “gli altri” come nemici, ma persone uguali a noi, con cui condividere idee e fatti, anche partendo da presupposti diversi. Questi sarebbero i germogli di una nuova primavera nelle società europee! Vedo invece con profonda pena che si strumentalizzano i più giovani – troppo poco preparati e troppo poco critici – per difendere caparbiamente sulle piazze vecchie ideologie che da decenni segnano il passo. Perchè piuttosto non metterle in discussione queste ideologie e ritirar fuori, se ancora resta, il positivo che hanno apportato nel XX secolo? E la “maggioranza silenziosa” che non è d’accordo  e non scende sulle piazze si domanda cosa può fare in alternativa? Si domanda quali sono i suoi princípi, le sue scelte, per che cosa e per chi lotta?

Ora siamo tutti concentrati a dar battaglia alla crisi, ma appena cominceremo a  tirare il fiato ci mancherà l’aria se non l’avremo ossigenata di valori, di una nuova mentalità che genera apertura, inventiva, laboriosità, capacità di reinventarsi sul piano privato, professionale e sociale…

Meglio confrontarci adesso e trovare risposte adesso. Altrimenti dietro l’angolo troveremo un nuovo inverno, crudo e buio, che lasceremo in eredità a chi verrà dopo di noi. Vogliamo perdere ancora una volta un appuntamento con la Storia?