Cesare Casella, uno dei  sequestri più lunghi,  743 giorni. Il  18 gennaio 1988 Cesare sta rientrando a casa, una vettura gli blocca la strada, due banditi gli puntano al collo una pistola e lo portano via. Un crimine esecrando, il sequestro di persona. La famiglia paga il riscatto (un miliardo di lire) ma i rapitori ne pretendono altri  cinque. Cosa fa la madre di Cesare, Angela? Parte per la Calabria e va sull’Aspromonte, a smuovere le coscienze. Una prima volta nel novembre dell’88 e poi nel giugno dell’89; fu lì che  s’incatenò nelle stradine di Platì e di San Luca per chiedere la liberazione di suo figlio: “Cesare è così da 17 mesi” ripeteva. In quei giorni la stampa parlò di lei come “madre coraggio”. Probabilmente per lei era la sola cosa, l’unica e logica, da fare per salvare la vita di suo figlio; non ebbe tregua girando le piazze e raccogliendo firme di solidarietà.  Cesare fu liberato il 30 gennaio 1990; aveva vissuto in una “tana” lunga due metri, larga uno e alta uno e mezzo. Un buco, con pareti foderate da un muro di sassi, posto ai piedi di un albero alla cui base era assicurata una catena che, dall’altro capo, gli legava collo e caviglie. Sopra, solo una lamiera ricoperta di foglie.

In seguito Cesare scrisse un memoriale che poi divenne un libro, intitolato 743 giorni lontano da casa, edito da Rizzoli e scritto di concerto con il giornalista Pino Belleri.

Su tutta la storia brilla, come un faro di luce, la figura di Angela, una donna che ha seguito l’intuizione del cuore e la logica dell’amore:  «Non odio la Calabria, è una regione bellissima. Ne ho un ricordo stupendo, se penso ai quei giorni. Di solidarietà».

Disse questo ancora poco tempo prima della sua morte, avvenuta lo scorso dicembre dopo una lunga malattia; parole che nascono solo sulla bocca di chi non vive per sé, ma per gli altri. Per questo la luce di Angela continua a brillare.