Negli ultimi giorni, soprattutto nelle ultime ore, vivo nell’attesa di notizie di una persona a me molto cara, il cui stato di salute già precario si è improvvisamente aggravato. Oltre all’impotenza della lontananza fisica, attanaglia quella più dura che si prova di fronte al mistero della malattia, alle comprensibili mancanze di risposte dei medici, all’incertezza del futuro… Il pensiero vola costantemente lì, è normale, il cervello si arrabatta cercando risposte, è difficile concentrarsi sul lavoro, occuparsi delle piccole esigenze della quotidianità… ma non posso cedere alla tentazione di fermarmi aspettando notizie, sarebbe una inutile e sterile attesa. L’attesa è invece qualcosa che deve tenermi sveglia, attiva, operante; l’attesa è vita che scorre e genera speranza; è forza che, ne sono certa, per vie misteriose può arrivare alla persona a me cara. Perciò devo vivere, meglio e più intensamente. Non fraintendetemi, sono realista e non sto dicendo che questo farà un miracolo; credo solo che sia il modo perché arrivi il mio condividere, la vicinanza del mio cuore, il mio affetto in un momento tanto importante quanto unico: quello del confronto con la vita e la morte. Un momento di solitudine, perchè ciascuno deve dare risposta in prima persona, ma una solitudine “accompagnata”, intrisa d’amore, di sicurezza, quella che si prova quando, bambini, abbiamo paura del buio e ci sentiamo afferrare dalla mano della mamma o del papà. “Miracoli” che solo l’amore può fare.