La Oroya, circa 33.000 abitanti, nel cuore del Perù sul versante orientale della Cordigliera delle Ande a 176 km da Lima;  3750 m sul livello del mare. Sembrerebbe di addentrarci in un paesaggio meraviglioso… Invece nel 2007 il rapporto di un ente specializzato in studi ambientali dichiarava La Oroya la sesta città più inquinata del mondo e la più inquinata di tutta l’America Latina. Da circa 90 anni infatti i fumi e le polveri di una fonderia (di proprietà dello stato e comprata via via da varie imprese)) avevano inquinato l’ambiente; nel 1997 la fonderia era stata acquistata da un’azienda nordamericana, la Doe Run Perù, che a sua volta non ha rispettato gli impegni di rispetto dell’ambiente.  Conseguenza: molte persone si sono ammalate a motivo dei fumi tossici delle ciminiere. Nel 2009 l’azienda aveva chiuso per bancarotta e questo aveva portato una tregua sul fronte ambientale, un miglioramento della qualità dell’aria e la diminuzione della quantità di piombo nel sangue dei bambini e dei giovani.   Fino al febbraio 2012, quando la Doe Run Perù ha annunciato di voler riaprire, senza però garanzia di rispetto dell’ambiente.

Pedro Barreto, l’arcivescovo di Huancayo, è sceso in campo pubblicamente e il 29 febbraio scorso l’arcivescovado ha emesso un comunicato: “Nessun silenzio di fronte al male”. Mons. Barreto è chiaro:  “Sì alla riapertura della fonderia, ma solo dopo che saranno stati attuati i programmi per assicurare la qualità della vita delle persone”. La fabbrica dà lavoro a 3500 persone (famiglie) che ora sono disoccupate e questo va tenuto in considerazione, eccome!

Ma c’è una sostanza, il particolato di piombo, che colpisce la popolazione, e soprattutto i bambini. Si possono immaginare le conseguenze, dopo che è stata prodotta per più di 80 anni!

Molteplici le responsabilità: dello stato che ha permesso l’inquinamento ambientale e non ha mai fatto nulla a livello legislativo, anche se le autorità locali hanno manifestato la necessità di intervenire prima della riapertura della fabbrica; delle imprese che hanno operato nella fonderia dal 1922; della popolazione stessa, nel senso che per l’urgenza di trovare lavoro, ha rinunciato al diritto alla salute e di questo hanno approfittato le aziende.

Dopo aver emesso il comunicato, sono arrivate per telefono minacce di norte a due dipendenti dell’arcivescovado e: «anche il vescovo si deve comprare una bara»! Sono arrivate però ben più numerose le espressioni di solidarietà internazionale e forse anche questo ha contribuito a fermare le minacce.

Mons. Barreto ha conosciuto il dramma di La Oroya nel 2004 durante la sua prima visita pastorale; nello stesso anno un censimento ematico con dati raccapriccianti: il 99.9% dei bambini e delle bambine di La Oroya Antigua avevano in media 40 microgrammi di piombo per decilitro di sangue, quando l’OMS indica che già 10 microgrammi di piombo è un livello altamente preoccupante. Questo ha spinto l’arcivescovo ad un impegno sempre più saldo fatto di sensibilizzazione, di proposte allo stato e alle aziende, di partecipazione da parte dei membri della Chiesa e della società civile. Si rifà solo al vangelo, mons. Barreto – Gesù Cristo è un esempio di come avere cura della vita, dono di Dio, e dell’ambiente naturale, «nostra casa comune», che dobbiamo «coltivare e custodire» – e al magistero della Chiesa – è responsabilità di tutti i credenti la cura della vita e dell’ambiente – e alla sua vocazione di pastore: accompagnare i miei fratelli e sorelle che soffrono le conseguenze dell’ingiustizia… dare la vita, perché gli altri vivano con dignità.