È facile bistrattare parole come giustizia sociale, solidarietà, disoccupazione, povertà… e magari  farsene una bandiera per portare avanti solo interessi di parte, dimenticandosi che dietro le parole ci sono persone in carne e ossa: persone che soffrono ingiustizia, hanno bisogno di aiuto materiale, cibo, vestiti, lavoro…  Un servizio televisivo mi ha fatto entrare dentro un mondo silenzioso, ma reale e concreto: il volontariato. Era incentrato sull’azione della Caritas spagnola in questo particolare momento; spiazzanti le dichiarazioni degli intervistati: la normalità di mettere tempo e forze a disposizione gratuitamente, la cura nel preparare il cibo nelle mense, nel  selezionare i capi di vestiario, le motivazioni dense di significato che sottostanno ad ogni gesto. Un “lavoro” non quantificabile – anche se supplisce molte inadempienze dello stato e delle istituzioni – che scaturisce da una libera volontà di fare il Bene.

Una volontà che ha sempre albergato nei cuori generosi e che si è espresse nelle forme più varie quando l’hanno ascoltata. Penso alle più antiche associazioni di volontariato e il primo nome che mi viene (anche per gli anni che ho vissuto in Toscana) è “Le Misericordie” fondate nel 1244 da san Pietro martire in una Firenze dilaniata dalla lotta tra Guelfi e Ghibellini e da quella contro gli eretici Patarini. Varie Compagnie o Fraternite si costituirono in quel  periodo, ma Le Misercordie si differenziarono proprio per  unire alla preghiera comunitaria l’esercizio effettivo della carità, la testimonianza viva della carità senza limiti. Dopo otto secoli la Misericordia  fiorentina continua ad operare. Ogni giorno vedevo le ambulanze in attesa delle chiamate ed ebbi più occasioni di sperimentare la loro efficienza sostanziata di umanità durante la malattia di mia madre.

Anche un illustre fiorentino, Giovanni Papini, era “fratello” della Misericordia di Firenze. Così descrive “gli uomini neri”:

“Una delle più resistenti immagini  della mia vita di fanciullo fiorentino è quella dei “fratelli” (della Misericordia) incappati coi cappucci e le buffe di quegli “uomini neri” dei quali non si vedevan che gli occhi, e che facevan pensare ad antichi penitenti risuscitati, a famuli dell’inquisizione o a congiurati di una setta pubblica e permessa e che invece giravano rapiti e taciturni, per compiere quelle opere di misericordia che per noi erano soltanto parole sul libretto della dottrina cristiana.
Giravano a piedi, con barelle e cataletti portati a spalla, entravano nelle case sempre in silenzio, e portavan via infermi, feriti, morti, quasi creature di un altro mondo, profeti velati di un’antica fede, ministri della Provvidenza in abito di funebri pellegrini. La sera poi, nelle umide e gelide sere d’autunno e d’inverno, l’apparizione dei “fratelli” era più fantastica con quelle lor torce a vento, rosse e fumicanti, che ogni tanto struffavano in terra e lasciavano sul lastrico bagnato un pò di quel fumo e noi ragazzi si guardavano e si seguivano con molta stupefazione e un po’ di batticuore. La presenza loro significava sciagura o morte ma, nello stesso tempo, sollecita pietà e speranza di salvezza.”

OCCHI  E  BOCCHE

Sulla terra si riaprono ogni giorno quattro miliardi di occhi.
Ma sono poche migliaia di anime che vi s’affacciano.
E son due miliardi di bocche che parlano.
Ma soltanto da qualche centinaio, forse, escono vere parole.