“La morte non ci ruba le persone amate. al contrario, le conserva e le rende immortali nel nostro ricordo”. Con queste parole di François Mauriac nella mente e nel cuore sono partita alcuni giorni fa per l’Italia, a salutare per l’ultima volta una persona a me molto cara. I ricordi si affollavano: l’appellativo affettuoso con cui la chiamavo fin da bambina, la sua voce scherzosa, battagliera, schietta nelle espressioni, a volte persino “scomoda” nella sua sincerità. Rivedevo tanti momenti vissuti assieme, piccoli e grandi gesti di chi vuol bene. Lei c’era sempre nella mia vita, nei momenti felici e in quelli dolorosi (anche se abbiamo vissuto la maggioranza degli anni lontane físicamente); non faceva domande (quelle inopportune o curiose), non chiedeva spiegazioni, mi voleva bene e basta. Non me lo diceva a parole, ma coi fatti. Quel pacchetto di caffè LavazzaOro infilato nella valigia valeva, sì, “oro”, ma per l’amore con cui me l’aveva dato. Ma è solo un esempio, con una vena di simpatía.

E su questa scia, altri ricordi… la sua presenza e il suo agire nella famiglia, nei confronti dell’uno e dell’altro, con un denominatore comune: generosità. Mi sembrava di leggere tutta la sua vita da questa prospettiva, dall’elemento che più l’ha caratterizzata. Anche nella malattia, venuta all’improvviso come un ladro, “gli altri” venivano sempre prima di lei che trovava per tutti parole rassicuranti pur di non preoccupare.

Davanti alla morte giganteggiava tutto il positivo che questa persona aveva distribuito a piene mani cancellando dalla memoria tutti gli inevitabili “spigoli” (e chi non ne ha?) tipici di un carattere schietto. E se i ricordi da una parte non facevano che acuire il dolore del distacco, dall’altra plasmavano la bellezza di una vita, tracciando un solco di luce sugli anni trascorsi. Ben a ragione i nipotini di 5 e 2 anni ogni sera guarderanno in su, nel cielo infinito da cui la nonna si affaccerà a guardarli, nascosta dentro la luce di una stella.