Non posso certo definirmi una persona dal “pollice verde”, però le piante mi sono sempre piaciute; in una casa, anche solo un vasetto, su un tavolino o uno scaffale di libreria, è un segno di vita. Qualche mese fa, entrando in una delle stanze della sede del mio lavoro, ho scoperto un potus agonizzante. Stava lì, rinsecchito, assetato; per distrazione (non credo per altri motivi) nessuno gli dava acqua. Mi misi a toglierli le foglie morte, a tagliare i rami ormai senza vita, girai un po’ la terra e soprattutto gli diedi l’elemento essenziale, l’acqua; il posto in cui si trovava era già buono, ma lo sistemai ancora meglio, dove aveva ancora più luce. Era piuttosto striminzito, non ero sicura che si sarebbe ripreso… Dato che non lavoro in quella stanza, mi fissai nella mente di passare di tanto in tanto per controllare l’umidità della terra. Non c’impiegò molto a raddrizzare “la schiena” il piccolo potus, aveva quello che gli serviva: luce e acqua, e uno “sguardo” attento con un pizzico d’amore. Ora lo guardo e non mi sembra lo stesso di mesi fa: fa più bella e viva la stanza, e non si fa un problema se chi lavora lì non lo nota nemmeno. Fa quello che deve fare un potus.

Poco fa sono andata a versargli la razione d’acqua e lo guardavo con soddisfazione… Che lezione ci danno le piante! Chiedono solo ciò di cui hanno bisogno, niente di più. Troppa acqua pure le farebbe morire. E pensavo a noi umani, a me… al senso di pienezza che provo quando riesco a vivere senza desiderare cose del tutto superflue, libera da bisogni inutili per bere solo l’acqua di cui ho bisogno. Allenarsi ad avere solo quello che ci fa più “essere”. Provare per credere. Grazie, potus!