Da alcuni giorni, anzi da settimane, mesi – o forse è qualcosa che mi porto dentro da sempre? – ho l’esigenza di sollevare lo sguardo dal contingente, nonostante le preoccupazioni con cui ci assale e che con frequenza sempre maggiore si tingono di sofferenza e drammaticità. Mi addolora una sorta di pessimismo diffuso, e ancora di più mi fa male veder fare dell’ostruzionismo ad oltranza la propria bandiera, politica e non. Come se fossimo divenuti incapaci di guardare al di là di noi stessi, dei nostri angusti orizzonti e interessi. È una mentalità che si va diffondendo e rischia di avvelenarci lentamente. Faccio un esempio: qualche sera fa il presidente del governo spagnolo Mariano Rajoy era al primo canale della televisione per rispondere alle domande di 5 giornalisti che rappresentavano i maggiori quotidiani. Tutte le domande giravano attorno al tema “rescate sí o no”, IVA, tagli alle pensioni… Giustissimo, la situazione è tale da stare in cima a tutti i pensieri di qualunque cittadino. Ma non capivo l’insistenza di strappare un “si” o un “no”, come si trattasse di un quiz, da poter usare in futuro per dimostrare la veridicità o falsità delle dichiarazioni. Mi è sembrato puerile. Come puerile – a proposito di decisioni a livello europeo che ancora non sono state prese – è stato appellarsi a un “ma lo hanno scritto nei media” di una giornalista che dovrebbe sapere quanto oggi si riempiano le notizie di “si dice”, di opinioni, di sensazioni, invece che di fatti concreti. In 50 minuti nessuna domanda ha suscitato la questione Europa, l’unità del vecchio continente, il suo futuro che ci stiamo giocando con questa crisi… Eppure – indipendentemente dal condividerne o no la linea politica – Mariano Rajoy sta cercando di tessere relazioni tra gli stati europei (vedi i suoi viaggi all’estero e le visite di Monti, Hollande, Merkel qui in Spagna), si è compromesso mettendo per iscritto la sua visione dell’unione dal punto di vista fiscale e politico, portandola a Van Rompuy… Meritava parlarne e mi è sembrata un’occasione perduta. E quel che è peggio, un segnale che c’è poco senso dell’Europa e del suo destino, come se fosse qualcosa che non ci riguarda.

Con questi pensieri che mi giravano dentro, stamattina ho trovato nella libreria una rivista di cui non mi ricordavo; una lunga intervista a un grande giornalista, Ryszard Kapuściński. In copertina “I 5 sensi del giornalista: stare, vedere, ascoltare, condividere, pensare”. Ho sfogliato qualche pagina (leggerò l’intervista per intero con calma, per gustarla fino in fondo) e ho trovato un paragrafo che può tornarci utile per guarire dalla malattia della mentalità ristretta. Penso possa servire a tutti, anche a chi non è del mestiere, perché il “lavoro” di essere uomini e donne è mio, tuo, e tuo, e tuo…

“È molto importante capire che in qualunque tema dobbiamo cercare l’universale, ciò che rivela un mondo in una goccia d’acqua. Perché una goccia d’acqua contiene il mondo, però bisogna saperlo trovare. Ogni volta che vogliamo scrivere su un tema, dobbiamo chiederci che cos’ha di universale: una metafora, un simbolo, un segno che ci permetta di passare dal piccolo al grande. Dobbiamo riflettere, perché solo se troviamo questo legame, il nostro testo avrà peso e valore. Solo così il lettore scoprirà nel nostro testo, assieme a una storia concreta, un messaggio universale, una pista che possa aiutarlo a decifrare le leggi del mondo.”