Poco fa, i risultati della quarta votazione per eleggere il 12º Presidente della Repubblica Italiana. Difficile evitare l’assalto dello sconforto, non solo e non tanto per la situazione di stallo (non bisogna dimenticare che ci furono presidenti eletti dopo 5,6,7 votazioni), piuttosto per l’incredibile VUOTO che sta emergendo oltre la fitta cortina di fumo di commenti e considerazioni di ogni tipo. Mancanza di responsabilità, di senso del dovere verso la propria nazione, di statura politica e umana in molti di coloro che ci rappresentano a Montecitorio, più preoccupati delle loro meschine logiche di partito, di carriera, di convenienza ecc. che del le sorti  della propria nazione. Nazione che, non dimentichiamolo, non è un’entità astratta, siamo noi, 60 milioni di persone, non un giocattolo dunque, come pare invece lo considerino alcuni neoparlamentari agitatori di piazze, impreparati e spesso arroganti. Un popolo dai molti difetti (e quale non li ha?) ma che ha molto da dare se non dimentica da dove e come è nato e da questa eredità trae idee e forza per costruire il proprio presente, in vista di un futuro migliore.

Per non cedere allo sconforto e sentirmi ancora orgogliosa di essere italiana, ho avuto bisogno di ripescare quel momento incredibile regalatoci da Roberto Benigni per il 150º dell’unità d’Italia, due anni fa, quando “commentò” l’Inno di Mameli: “L’Italia è l’unico paese al mondo dove è nata prima la cultura e poi la nazione. L’ha tenuto insieme la lingua e la cultura, immensa…” diceva. E di chi ha lottato per costruire il nostro paese, affermava: “Loro hanno imparato a morire per la patria, perché noi potessimo vivere per la patria…” E quando immagina il soldato che a mezza voce inizia a cantare l’inno? “Lo canta… non perché protegge la terra dei suoi padri, ma perché tutela la vita dei suoi figli…”

Che la notte porti consiglio a chi domani deve tornare alle urne di Montecitorio, basterebbe un guizzo di autentica italianità, in tutti, e farebbe un giorno diverso.