Il tam-tam della rete sta raccontando la sua incredibile storia a tutto il mondo; si è affacciato per pochi, ma eterni minuti al balcone del pianeta per ricordarci qualcosa di tremendamente importante. Ma non poteva parlare, ha potuto solo respirare, far sentire il battito del suo cuore, e ascoltare quello della sua mamma, del suo papà, delle sorelline che hanno potuto accoglierlo tra le mani come in una culla… le sue foto, la sua manina poco più grande di una nostra unghia che cerca di afferrare il dito della mamma come per aggrapparsi all’esistenza,, parlano più di mille discorsi.

È Walter Joshua Fretz, un nome quasi altisonante per un bimbo che ha deciso di nascere a sole 19 settimane e tre giorni, passato come una meteora, ma lasciando una scia luminosa di saggezza degna di una lunga vita: l’essere umano è tale fin dal suo concepimento, non lo diventa ad un certo punto, dopo essere stato un grumo di cellule. Una verità tanto evidente e lineare, quanto scomoda per la nostra cultura (?) contempoanea, poteva dirla solo un diretto interessato, a nome di dei milioni come lui, ma meno fortunati perché gettati via come spazzatura.

Lexi, la mamma, fotografa di professione, in quei pochi minuti, ha fatto l’unica cosa possibile: volergli bene; “L’ho preso, l’ho abbracciato, mentre il suo cuoricino batteva. L’ho tenuto vicino al cuore, ho contato le dita di mani e piedi e l’ho baciato sulla piccola fronte”.

Il papà ha potuto scattare le foto che ora commuovono il mondo. Non restiamo nella commozione, per quanto possiamo, difendiamo la vita, soprattutto la più fragile, che non ha voce. Ce lo ha chiesto Walter Joshua, in un giorno di luglio di questo 2013, da Kokomo, la sua città, nello stato dell’Indiana.